27 novembre: giornata nazionale della malattia di Parkinson

27 novembre: giornata nazionale della malattia di Parkinson

Oggi 27 novembre è la giornata nazionale della malattia di Parkinson. In questo articolo andremo a conoscere meglio questa patologia che, seppur abbastanza diffusa, risulta ancora poco conosciuta. Infine, andremo ad individuare anche delle possibili linee di intervento per migliorare la qualità di vita di chi ne è affetto.

La malattia di Parkinson (MdP) è la più comune fra le patologie degenerativa del sistema nervoso centrale (SNC). Essa, deve il suo nome al medico inglese James Parkinson, che nel 1817 con il suo trattato ‘Essay on Shaking Palsy’ fu il primo a descrivere i principali sintomi della patologia.

Da cosa viene causata la malattia di Parkinson

Per rispondere a questa domanda è importante puntualizzare come, quando su parla di MdP, non ci si riferisce a un’unica malattia bensì a un insieme di patologie molto simili tra loro.

La tipologia più frequente è detta “sindrome di Parkinson idiopatica”; il termine idiopatico sta ad indicare come la causa della malattia non sia nota. Si stima che il 75-80% delle diagnosi di Parkinson siano di questo tipo.

Altre forme meno frequenti (dette sintomatiche) sono quelle imputabili a cause note, tipicamente dovute a: agenti tossici, veleni o farmaci, traumi cranici ripetuti, infiammazioni o tumore.

Nonostante le differenti cause scatenanti, i disturbi caratteristici della MdP sono principalmente implicabili alle seguenti cause:

  • • Presenza di α-sinucleina nei neuroni, gli accumuli di questa proteina mal ripiegata prendono il nome di corpi di Lewy e, con il decorso patologico, diventano sempre più estesi (Braak H, 2003).
  • • Perdita di neuroni dopaminergici, nella pars compacta della sostanza nera, a causa della fosforilazione e fibrillazione dell’α-sinucleinacontenuta nei corpi dei Lewy (O.S. Gorbatyuk, 2008), (L.A. Volpicelli-Daley, 2014).

L’interazione tra i fattori sopra citati si traduce in dei deficit neurali che provocano una riduzione degli input atti a facilitare il movimento; in questa maniera si spiegano i deficit motori tipicamente associati alla malattia (Ole-Bjørn Tysnes, 2017).

I sintomi del Parkinson

Per anni la MdP è stata unicamente considerata un disturbo motorio, conseguente a una disfunzione dei gangli della base; attualmente questa prima descrizione risulta semplicistica e tende a sottostimare la complessità della malattia.

Pertanto, la sintomatologia classica prevede una macro-divisione in sintomi motori e non motori.

Sintomi motori

I sintomi motori sono i più conosciuti e quelli che più comunemente vengono associati alla malattia come criteri base per formulare una diagnosi.

Questi sono: Acinesia, Rigidità muscolare, Tremore, Difficoltà nella deambulazione, Instabilità posturale e cadute.

Sintomi non motori

Lo studio dei sintomi non motori correlati alla MdP sta assumendo un’importanza sempre maggiore. Infatti, un’analisi critica di questi potrebbe, potenzialmente, portare a una diagnosi precoce.

La sintomatologia non motoria può essere sperimentata da circa il 60-70% dei soggetti già dieci anni prima della comparsa dei sintomi motori e della conseguente diagnosi (Pont-Sunyer C., 2015), (Chen H., 2013).

La sintomatologia non motoria tipicamente si divide in tre categorie: disturbi del sistema nervoso autonomo, disturbi del sonno e sintomi neuropsichiatrici.

Principi generali di terapia

Il trattamento ideale della MdP si propone due obiettivi:

  • • controllare la sintomatologia durante tutto il decorso della patologia;
  • • agire sul processo neurodegenerativo attraverso un effetto neuroprotettivo.

Ad oggi, un farmaco di questo tipo non esiste. I reali obiettivi terapeutici nella gestione dei pazienti con MdP sono pertanto quelli di controllare i sintomi, tutelare la massima autonomia e promuovere, per quanto possibile, l’indipendenza della persona.

Attualmente l’approccio farmacologico verte principalmente sulla somministrazione esogena di levodopa.

La risposta al farmaco in una fase iniziale della malattia è buona (fase honeymoon) e porta ad eliminare i sintomi della malattia.

Sfortunatamente, dopo un primo periodo di durata variabile, nei pazienti trattati con levodopa gli effetti della terapia cominciano a diminuire di efficacia.

Per questo motivo, negli anni, un numero sempre crescente di autori ha iniziato a integrare la terapia farmacologica con trattamenti alternativi, allo scopo di attenuare l’incedere della malattia e, contemporaneamente, stimolare il controllo motorio (Robichaud JA C. D., 2005).

Attività motoria nella gestione del soggetto affetto da Morbo di Parkinson

L’Attività Fisica si propone come una promettente opzione da affiancare al trattamento farmacologico, al fine di riuscire a gestire in maniera ottimale le diverse problematiche motorie e non, associate alla malattia (Ramaswamy BJJ, 2018).

Si nota infatti che i pazienti maggiormente attivi, hanno una qualità di vita superiore rispetto agli altri (Rafferty MR, 2017); oltre a quanto detto, essi evidenziano un minor tasso di complicazioni quali cadute e fratture e una riduzione della mortalità (Canning CG S. C., 2016).

Da quanto appena descritto, sembra che la corretta terapia e un adeguato intervento motorio permettano di ottimizzare la gestione dei sintomi associati alla MdP.

La promozione dell’esercizio dovrebbe essere fatta in tutte le fasi della malattia. Tuttavia, è importante sottolineare come, in uno stadio iniziale/moderato, le persone siano in grado di mantenere livelli di esercizio fisico equiparabili a quelli dei pari età sani. Invece, con l’incedere della malattia, non è raro riscontrare un comportamento sedentario a cui conseguono maggiori livelli di dipendenza dal caregiver e di disabilità (Cavanaugh JT, 2012).

Per le ragioni finora menzionate l’esercizio fisico rappresenta uno dei principali approcci su cui si basano anche le linee guida stilate dall’American Academy of Neurology per i pazienti con Parkinson.

L’esercizio fisico gioca, quindi, un ruolo fondamentale nella prevenzione primaria e secondaria alla malattia. Si pensa che un approccio integrato sia in grado di:

  • • migliorare il management dei sintomi;
  • • migliorare le capacità motorie, cognitive e funzionali (de Goede CJ, 2001);
  • • migliorare parametri fisiologici e neurali del cervello;
  • • migliorare la qualità di vita e l’indipendenza funzionale dei pazienti;
  • • ridurre la dose di levodopa in pazienti a uno stadio iniziale della malattia (Frazzitta G, 2015).

Gli approcci presenti nei diversi studi trovati in letteratura sottolineano che la proposta motoria rivolta alle persone affette da MdP, si dovrebbe focalizzare con particolare attenzione sui seguenti parametri:

  • • aumento della forza muscolare;
  • • condizionamento aerobico;
  • • lavoro sull’equilibrio;
  • • cammino e mobilità funzionale;
  • • strategie cognitive di movimento;

Tuttavia, in letteratura, non sono presenti studi sistematici significativi che permettano l’adozione di un protocollo di prescrizione standard, che sia efficace nel contrastare la molteplicità di manifestazioni (motorie e non) correlate alla MdP.

Autore: Alex Benussi

Bibliografia

  • • Braak H, D. T. (2003). Staging of brain pathology related to sporadic Parkinson’s disease. Neuorobiol Aging, 24:197-211.
  • • O.S. Gorbatyuk, e. a. (2008). The phosphorylation state of Ser-129 in human alpha-synuclein determines neurodegeneration in a rat model of Parkinson disease.
  • • L.A. Volpicelli-Daley, K. L. (2014). Addition of exogenous α-synuclein preformed fibrils to primary neuronal cultures to seed recruitment of endogenous α-synuclein to Lewy body and Lewy neurite–like aggregates. Nat. Protoc.
  • • Ole-Bjørn Tysnes, A. S. (2017). Epidemiology of Parkinson’s Disease. J Neural Transm, 124:901–905.
  • • Pont-Sunyer C., H. A. (2015). The onset of nonmotor symptoms in Parkinson’s disease. Mov. Disord.
  • • Chen H., B. E. (2013). Research on the premotor symptoms of Parkinson’s disease: clinical and etiological implications. A review. Environ. Health Perspect.
  • • Robichaud JA, P. K. (2004). Greater impairment of extension movements as compared to flexion movements in Parkinson’s disease. Exp Brain Res.
  • • Ramaswamy BJJ, C. C. (2018). Exercise for people with Parkinson’s: a practical approach. Pract Neurol, 18:399–406.
  • • Rafferty MR, S. P. (2017). Regular exercise, quality of life, and mobility in Parkinson’s disease: A longitudinal analysis of national parkinson foundation quality improvement initiative data. J Parkinsons Dis, 193-202.
  • • Canning CG, S. C. (2016). Exercise for falls prevention in Parkinson disease. Neurology, 304-312.
  • • Cavanaugh JT, E. T. (2012). Capturing ambulatory activity decline in Parkinson’s disease. J Neurol Phys Ther, 51-57.
  • • de Goede CJ, K. S. (2001). The effects of physical therapy in Parkinson’s disease: a research synthesis. Arch Phys Med Rehabil, 82:509 –515.
  • • Frazzitta G, e. a. (2015). Intensive rehabilitation treatment in early Parkinson’s disease: a randomized pilot study with a 2-year follow-up. Neurorehabil, 23–131.

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